Non vedere l’ora di ricominciare

Jacopo Castello gioca a basket nella Lettera 22 dalla prima elementare. Ha appena trascorso un anno negli Stati Uniti. Nel suo blog sofarsocool.altervista.org ha parlato della sua annata nel basket americano. Di seguito il suo articolo. L’abbiamo scelto, e ce l’ha gentilmente concesso, per inaugurare la nuova versione del sito. Buona lettura!

 

Riguardando indietro tra i vari articoli del mio blog mi sono accorto di una cosa interessante: non ce n’è neanche uno che parli di basket in maniera approfondita. Curiosa come cosa. Curiosa perchè, sebbene il basket fosse già in Italia l’attività principe in quanto a tempo, dedizione al lavoro e passione dedicata, qui sono stato portato ad un altro livello, passione a parte. Purtroppo devo partire un po con la rincorsa, un po da lontano, per spiegare la vera e unica sostanziale differenza tra il basket che mi ha tenuto impegnato per 11 anni e quello che invece ne ha avuti solo 8 mesi qui. Anyway ecco la causa suprema di tutto: la struttura del sistema scolastico.

Vogliamo riassumere la relazione sport-scuola in Italia?! Facciamo brevemente dai: i due non vanno molto d’accordo, anzi direi che fanno a cazzotti tutti i santi giorni principalmente a causa di un sistema ed una mentalità incapaci di percepire quanto uno sport sia tanto fondamentale nella vita di un teenager tanto quanto lo è la scuola e di come i due siano complementari: esercizi della mente ed esercizi del corpo, accomunati da valori quali dedizione, lavoro duro, responsabilità e interazione con il prossimo. Non sto neanche a citare il classico punto pro-sport: la salute. Trovo solo divertente come tra tutta l’eredità latina l’unica cosa che è ignorata sia “Mens sana in corpore sano”.

Passiamo ora alla stessa relazione sport-scuola ma oltre oceano.
Lo sport è parte della scuola! Qui l’unico modo di giocare un qualsiasi sport è prenderne parte nella squadra scolastica. Inutile dire quanto questo cambi tutto: i professori non solo non mettono i bastoni tra le ruote ma anzi vedono l’attività sportiva di buon occhio, incoraggiano a prendere parte, vengono incontro alle necessità degli atleti-studenti. Fantascienza praticamente. Altro fattore che cambia e non poco: il tempo a disposizione. Parlo per esperienza personale: la squadra di basket ha a disposizione un periodo scolastico ogni giorno (della durata di 1 ora), inoltre il fatto che non ci siano altre squadre con cui dover spartire la palestra fa si che questa sia a disposizione della squadra virtualmente tutto il giorno. La media questa stagione qui è stata: 1 ora durante scuola e poi 2/3 ore dopo scuola. 4 ore al giorno 5 giorni alla settimana sono 20 ore totali contro le 6/8 dell’ultima stagione che ho passato in Italia. Una differenza di tempo enorme, come enorme è il numero di cose nelle quali puoi impiegare quel tempo extra. 4 ore che possono essere facilmente divise in 2 ore di preparazione atletica più 2 di tecnica in pre-stagione oppure in 3 di tecnica e 1 di preparazione atletica durante la stagione.

Ecco quindi spiegata la prima differenza sul campo: l’atletismo.
Dall’atletismo deriva la capacità di dare il massimo in ogni secondo, e questo si traduce in intensità. Credetemi se vi dico che intensità e atletismo messi in campo qui non sono comparabili a nulla che abbia visto neanche in Eccellenza. Il punto è che questo, seppure dai nostri stereotipi, lo sapevamo già. Quello che si diceva fosse snobbato era l’aspetto tecnico. Nulla di più falso. La differenza la fa anche qui il tempo a disposizione: c’è tutto il tempo per un ora di lavoro di gruppo, un’ora di di lavoro divisi nelle posizioni e un’ora di tattica. Ecco la tattica. Il campo in cui ho trovato la differenza maggiore. E’ stato difficile per me all’inizio dovendo imparare 4 schemi offensivi contro la zona, 8 contro la difesa a uomo, 3 zone diverse e svariati tipo di press e press-break.

Poi a monte c’è tutto ciò che è reso possibile dalla tecnologia.
Qui ogni singola squadra filma ogni partita che disputa, in questo modo non solo è capace di correggere i propri errori ma può condividere con qualsiasi altra squadra i video delle avversarie. Così facendo vengono studiati nei minimi particolari non solo gli schemi avversari ma anche le tendenze dei top players. Durante i Playoffs passavamo anche 2 ore al giorno in sala video a prendere appunti su ogni singola azione e partita della prossima squadra che avremmo incontrato. Tutte osservazioni che si traducono in aggiustamenti una volta entrati in palestra.

Par quanto riguarda strettamente me stesso sono molto soddisfatto. E’ sicuramente stato un anno molto produttivo e formativo sull’aspetto tecnico prima di tutto: le svariate ore extra sopracitate mi hanno permesso di lavorare molto sulle mie solite lacune (ball handling e tiro) e spero che qualche risultato si vedrà. Altro campo in cui mi sento cresciuto molto è quello fisico: credo che una o più ore di palestra al giorno abbiano dato i suoi frutti e spero veramente che la massa muscolare oltre che la velocità acquisita mi diano la possibilità di essere più a mio agio in campo.

L’aspetto dove però sento di essere cresciuto di più è, ancora una volta, quello mentale. Non è stato facile. Per me, abituato a passare molto più tempo in campo che in panca, passare intere partite, a volte anche settimane, senza vedere il campo, non è stato facile; lo definirei destabilizzante. Inoltre è un circolo vizioso dal quale è difficile liberarsi: meno giochi, meno sei sicuro, più sbagli, meno giochi. Dicembre è stato, sotto questo punto di vista, il mese più difficile: partite ogni 2/3 giorni, tempo quasi nullo per capire cosa ci fosse di sbagliato, perchè fossi nerovoso, perchè non riuscissi a portare in campo quello che facevo così bene in allenamento, e di conseguenza grande depressione cestistica. Gennaio è stato il mese della svolta: qualche bell’episodio, come una chiaccherata con il capitano della squadra, ma ricordo anche quelle con Papà e con l’allenatore, mi hanno fatto riacquistare quella fiducia nei miei mezzi che avevo dimenticato. “Tutti voi avete un motivo per essere qui, non scordatelo. Voi tutti avete la vostra parte, e sapete cosa voglio da ognuno di voi. Non importa quanto sia grande il vostro lavoro, tutti insieme contribuite a formare questa squadra, che è già negli annali della scuola e ci resterà per molto tempo”. Il mese di Gennaio e inizio Febbraio è stato spettacolare: il mio minutaggio è salito notevolmente, ho iniziato a segnare con più costanza; abbiamo vinto la lega da imbattuti e strappato un biglietto per i playoffs!

I playoffs tutta un’altra storia però: incontri gente che ha già firmato per Arizona/Duke/ecc. (Il top player della mia squadra ha firmato con Minnesota giusto per fare un esempio), rotazioni limitate a 5/6 giocatori. Qual’è la mia parte adesso? Cosa posso fare io se neanche metto un piede in campo?! Detto fatto: be supportive, be ready, be tough. Mi piace pensare che, se siamo arrivati ad un soffio dalla finale dei playoffs del Sud della California, è anche per tutta la passione che io e gli altri portavamo dalla panchina, per i minuti di riposo che davamo ai titolari e per tutti gli altri piccoli gesti che contribuiscono far si che una squadra sia unita. Ho capito che se una squadra è composta da 12 persone un motivo c’è veramente, ho imparato a gestire la sensazione di essere decisamente inadeguato e a trasformarla in qualcosa per la quale lavorare; ma soprattutto ho imparato a non forzare gli eventi, a lasciare che le cose flusicano verso di te, questo non vuol dire essere passivi, ma semplicemente lavorare sapendo che il tuo momento arriverà.

Ah, e poi “Jake look at me: you are a great player but you HAVE to let it go! Let the fear of failing go away and just focus on the next thing. And Jake tell me: what do you have to lose?! What do you have to lose?! NOTHING! You scared of losing the game?! If we are losing this game, oh well!! We are gonna deal with it like we have been doing since day one: y’all still be my players, I’ll still be your coach, we will still work our ass of and I’ll be still loving you and trying to make the best out of each one of you. Now go in”.

Ho imparato a dare il giusto peso alle cose. Mi sento un giocatore, ma anche una persona, migliore: più consapevole, preparato e utile. Non vedo veramente l’ora di ri-iniziare.